C’era una volta una ragazza romana che ebbe un’idea semplice e rivoluzionaria: far viaggiare le menti per unire i cuori. Si chiamava Sofia Corradi. Cresciuta tra sanpietrini e quaderni, studiò legge alla Sapienza, convinta che il diritto fosse la grammatica della convivenza. A ventitré anni ottenne una borsa Fulbright per la Columbia University di New York: lì capì quanto una lezione potesse cambiare senso quando la si ascoltava in un’altra lingua.
Tornata in Italia, si sentì dire: «Questi esami non valgono!». Un timbro sul modulo e, in un attimo, mesi di lavoro cancellati. Da quell’ingiustizia nacque la sua missione: se uno studente studia seriamente all’estero, allora quel lavoro deve essere assolutamente riconosciuto, la ragazza di Roma diventa allora “Mamma Erasmus”: cominciò a scrivere memorandum, bussare a tutte le porte, percorrendo chilometri di corridoi, uffici, sportelli… cercando di convincere rettori e funzionari.
Nel 1969 inviò una nota alla Conferenza europea dei rettori: mobilità sì, ma con riconoscimento degli studi. L’idea era chiara, gli ostacoli altissimi. C’era chi ironizzava: «Perché mandarli fuori?». Lei rispondeva: per chi vuole crescere servono ponti, non muri. Negli anni Settanta arrivarono le prime aperture: accordi tra atenei, esami riconosciuti in modo equivalente, scambi che diventarono reali.
Poi arrivò il 1987: un nome antico per un progetto nuovo, Erasmus. Da allora milioni di studenti hanno messo in valigia un dizionario, un affitto condiviso e la possibilità di tornare diversi — più curiosi, più aperti, più europei. Non era solo “andare fuori”: era cambiare prospettiva senza perdere la propria identità. Sofia continuò a spiegare con calma e pazzienza: la pace si costruisce facendo studiare insieme ragazzi di lingue diverse che scoprono risate simili e sogni compatibili.
Il 17 ottobre 2025, a Roma, Sofia ci ha salutato in silenzio. Novantun anni e una scia di treni, aerei, abbracci e lauree. Le università, le istituzioni e generazioni di ex studenti le dicono grazie Sofia, grazie se oggi dire «vado in Erasmus» è normale come dire «vado a lezione», grazie di non avere mai accettato quel timbro!