1936–1954 : Bartali contro Coppi, l’Italia in due campi
Mai una rivalità sportiva ha diviso così profondamente un intero paese. Da una parte Bartali, dall’altra Coppi, due visioni dell’Italia che si affrontano sulle strade del Giro.Gino Bartali, nato nel 1914 in Toscana, è un uomo di fede e di montagna. Pedala mormorando preghiere, porta al collo una medaglia della Vergine e incarna l’Italia cattolica e contadina. Tre volte vincitore del Giro (1936, 1937, 1938), perde i suoi anni migliori a causa della guerra, ma nel 1948, a 34 anni, torna per vincere il suo secondo Tour de France.
Fausto Coppi, invece, sembra venire da un altro pianeta. Nato nel 1919 in Piemonte, la sua posizione in bicicletta è già rivoluzionaria. Non vince semplicemente: vola. Cinque volte vincitore del Giro (1940, 1947, 1949, 1952, 1953), viene soprannominato il Campionissimo, il campione dei campioni.
«Chi è il miglior corridore del mondo? In estate è Coppi. In inverno è ancora Coppi.» Gino BartaliLa rivalità va oltre lo sport. L’Italia si divide in coppiani e bartaliani. Nei bar si litiga. In famiglia non ci si parla più. È la prima grande saga mediatica dello sport italiano.
🚴♂️🇮🇹🏁 Aneddoto: Durante la Seconda guerra mondiale, Bartali non si è limitato a pedalare. Trasportava documenti falsi per rifugiati ebrei, nascosti nel tubo cavo del telaio della sua bici da allenamento. Non ne parlerà mai in vita sua.
1953–1959 : Coppi allo Stelvio, Gaul nella tempesta
Due exploit diventati mitici. Due giornate in cui il Giro ha sfiorato qualcosa che va oltre il ciclismo.
1953: La 19ª tappa sale allo Stelvio, il tetto del Giro a 2.758 metri. Lo svizzero Hugo Koblet, elegante e temibile, minaccia Coppi. Ma nei tornanti ghiacciati Coppi accelera e stacca tutti. Arriva con 1’29’’ di vantaggio su Koblet, che non se ne riprenderà mai del tutto. La discesa verso Bormio resterà nella memoria come una delle immagini più belle del ciclismo di tutti i tempi.
1956: L’8 giugno il meteo è apocalittico sul Monte Bondone: neve, grandine, -10°C. Charly Gaul, il lussemburghese soprannominato l’Angelo della Montagna, è 24º in classifica generale con 16 minuti di ritardo. Quel giorno attacca già dal primo passo e stacca tutti nella tempesta. Quarantaquattro corridori si ritirano. Louison Bobet, il leader, viene ritrovato stremato sotto il cofano di un’auto. Gaul arriva da solo con 8 minuti di vantaggio. La mattina era 24º. La sera indossa la maglia rosa.
🚴♂️🇮🇹🏁 Aneddoto: Gaul scendeva dai passi appoggiando un piede sul tubolare posteriore per frenare, i freni erano completamente ghiacciati. Un dettaglio che riassume da solo le condizioni di quel giorno di giugno 1956.
1968–1976: Merckx: il Cannibale sbarca in Italia
Quando Eddy Merckx arriva al Giro, il resto del gruppo sa che al massimo può sperare nel secondo posto.Il belga, soprannominato il Cannibale per il suo appetito insaziabile di vittorie, vince cinque volte il Giro (1968, 1970, 1972, 1973, 1974), eguagliando il record di Coppi. La sua è una dominazione totale: attacca a 100 chilometri dall’arrivo, vince gli sprint intermedi, domina le cronometro. Nulla gli sfugge.
🚴♂️🇮🇹🏁 Aneddoto: Nel 1968 Merckx viene squalificato dopo un controllo positivo in un Giro che stava dominando. Una squalifica che in Belgio molti considerano ancora oggi una macchinazione. Tornerà e vincerà altre quattro volte.
Felice Gimondi, l’italiano condannato a vivere nell’ombra di Merckx, conquista comunque tre Giri (1967, 1969, 1976) un palmarès eccezionale che la memoria collettiva ha talvolta ingiustamente sottovalutato.
1980–1993: Gli stranieri si invitano al Giro
Il Giro non è una corsa solo italiana, è una corsa universale. Gli anni Ottanta lo dimostrano definitivamente.
Bernard Hinault, il bretone soprannominato il Tasso, si impone nel 1980 e nel 1982 con il suo stile autoritario e potente. Laurent Fignon, vincitore nel 1989, lascia un ricordo doloroso: poche settimane dopo perde il Tour de France per 8 secondi nell’ultima cronometro, in una delle più grandi tragedie della storia del ciclismo.
🚴♂️🇮🇹🏁 Aneddoto 1984: Fignon guida il Giro 1984 quando Francesco Moser lo supera nella cronometro finale a Roma, grazie a una bicicletta con ruote lenticolari e un’assistenza aerodinamica rivoluzionaria per l’epoca. La polemica non si è mai spenta del tutto.
Andrew Hampsten, statunitense, vince il Giro 1988 dopo aver superato il Passo Gavia in mezzo a una bufera di neve degna del 1956. Le immagini dei corridori che scendono con le mani blu, avvolti in sacchi della spazzatura, sono tra le più impressionanti della storia dello sport.
Miguel Indurain, lo spagnolo dal motore diesel, si impone nel 1992 e nel 1993, confermando che il Giro appartiene a tutti coloro che osano misurarsi con i suoi passi.
1998–2004: Pantani: la fiamma e la caduta
Il Pirata è forse il corridore più amato della storia del Giro. E certamente uno dei più tragici.
Marco Pantani non assomiglia a nessun altro. Bandana, orecchini, cranio rasato, attacca nei colli non tanto per guadagnare tempo, quanto perché non può fare altrimenti. Nel 1998 realizza la doppietta Giro–Tour de France, un’impresa rarissima.
Ma nel 1999, a Madonna di Campiglio, mentre domina il Giro, viene escluso dalla corsa dopo un controllo con valori di ematocrito anomali. La notizia lo distrugge. Non se ne riprenderà mai. Nel febbraio 2004 Marco Pantani viene trovato morto in una camera d’albergo a Rimini. Aveva 34 anni. I tifosi italiani non l’hanno mai dimenticato.
«Quando Pantani attaccava in salita, tutti smettevano di respirare.» Lance Armstrong
2006-oggi: L’era moderna: colpi di scena e nuovi eroi
Il Giro contemporaneo non ha perso il gusto per il dramma. Le ultime decadi hanno prodotto alcuni dei colpi di scena più incredibili della storia del ciclismo.Vincenzo Nibali, il siciliano soprannominato lo Squalo, vince il suo primo Giro nel 2010.
Ne conquisterà due (2013, 2016) e diventerà uno dei pochi corridori capaci di vincere tutti e tre i grandi giri. La sua discesa dello Stelvio nel 2016, sotto la pioggia, è una delle immagini più spettacolari del ciclismo recente.
2018 : Il colpo di scena assoluto. Chris Froome, terzo in classifica a 46 chilometri dall’arrivo della 19ª tappa, attacca da solo in discesa verso il Colle delle Finestre e poi sui Sestrières, sfiorando gli 80 km/h.
Corre da solo per 46 chilometri e arriva con 3’22’’ di vantaggio sui diretti avversari. Il britannico si prende la maglia rosa e la porta fino a Roma. Una delle azioni solitarie più folli della storia del ciclismo.
🚴♂️🇮🇹🏁 Aneddoto: Il Giro 2018 era partito da Gerusalemme, una prima assoluta per una grande corsa a tappe. Il Giro ama le grandi prime volte: ha lanciato il suo Grande Partenza anche in Irlanda (2014), nei Paesi Bassi (2010) e in Israele, prima di spingersi ancora oltre i confini tradizionali.
Negli ultimi anni si è imposta una nuova generazione: Egan Bernal (Colombia, 2021), Jai Hindley (Australia, 2022), Primož Roglič (Slovenia, 2023), Tadej Pogačar (Slovenia, 2024), prova che il Giro resta il grande palcoscenico mondiale del ciclismo di montagna.